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Manuela Piancastelli, meglio se autoctono …

” Quattro chiacchiere con … ” continuano alla scoperta di Manuela Piancastelli e dell’azienda Terre del Principe. Dopo aver apprezzato alcuni loro vini la curiosità ci ha spinto a volere approfondire la conoscenza delle persone, del territorio e delle varietà autoctone campane vinificate.

Manuela Piancastelli e Peppe Mancini anime di Terre del Principe (foto winestories.it)

Manuela, vuole presentare le persone che danno vita a Terre del Principe e raccontare come è nata la vostra passione per il mondo del vino ?

Peppe Mancini, mio marito, ed io siamo la mente, l’anima, le braccia e la voce di Terre del Principe. La nostra piccola azienda nasce da un doppio incontro d’amore: quello fra me e Peppe e quello fra Peppe e queste antiche uve. L’avventura del Pallagrello e del Casavecchia nasce infatti con lui che, avvocato amante della campagna, comprò negli anni ’80 una casa a Caiazzo, in provincia di Caserta. Appassionato di vino ma lontano mille miglia dall’idea di diventare un giorno produttore, avendo intenzione di piantare una vignarella intorno casa per fare un po’ di vino per sé e gli amici, si ricordò di questi vini antichi che vedeva bere da bambino a suo nonno. C’è da dire che il nonno era, beato lui, un grande proprietario terriero della zona di Castel di Sasso e che i contadini gli regalavano a Natale e Pasqua i vini fatti alla buona con queste uve. Il nonno non ha lasciato a Peppe nessuna proprietà (si è giocato tutto, anche la carrozza compreso il cocchiere) ma fortissima la memoria di questi vini. Così Peppe andò a cercare queste uve, trovando piante di 150 anni da cui è nata l’avventura moderna di queste tre varietà. Nel ’98, lui aveva fatto le sue prime 700 bottiglie, io che ero giornalista e capo della Redazione di Caserta del Mattino, e naturalmente grande appassionata di vino, lo cercai per intervistarlo. Galeotta fu l’intervista, da quel giorno non ci siamo più lasciati. Peppe aveva da poco fondato una piccola azienda dedicata alla madre Tommasina Vestini Campagnano nella quale poi entrò un socio dal quale si è diviso nel 2003. E’ stato allora che abbiamo fondato Terre del Principe (avevamo le terre che avevamo acquistato e io avevo il mio principe!) che è quindi diventata la nostra creatura. In questa avventura un pilastro è stato l’incontro con Luigi Moio, grande enologo ed immenso amico. Noi non avevamo gli strumenti tecnici per fare il vino, solo l’idea. Lui ha trasformato l’idea in realtà. Il Pallagrello ha cambiato le nostre vite: qualche anno fa Peppe ha lasciato il suo studio di avvocato, io mi sono dimessa dal giornale per diventare entrambi, felicemente, solo vignaioli. Ma anche noi abbiamo cambiato il destino di queste tre uve !

Manuela Piancastelli e l’amore per la vigna (foto winestories.it)

Ci vuole parlare dell’azienda, degli obiettivi … e del territorio dove quotidianamente svolgete il vostro lavoro ?

Terre del Principe è un’azienda da 55mila bottiglie all’anno, oggi abbiamo undici ettari di vigna che alleviamo come un giardino incantato, siamo orgogliosamente gli unici produttori nella cui cantina non entra un grappolo d’uva che non sia di Pallagrello bianco, Pallagrello nero e Casavecchia che sono ovviamente come nostri figli. Tutto questo è amore, non marketing. Certo, abbiamo l’orgoglio di essere presenti in questo momento, sebbene con piccoli numeri, in ben 21 paesi nel mondo, dal Giappone alla Norvegia, dall’Alberta al Principato di Monaco, dalla Lettonia alla California e di aver conquistato in pochi anni i consensi dei critici più severi, dai 3 Bicchieri Gambero Rosso ai 5 Grappoli Ais fino al Decanter Award. È un’emozione pensare che in questo momento dall’altra parte del mondo c’è qualcuno che ha in mano una nostra bottiglia.

Il nostro obiettivo ? Fare sempre meglio, seguire la nostra idea etica di lavoro nella terra, in un territorio bellissimo, fra Taburno e Matese in un angolo sconosciuto e autenticamente contadino della Campania. Un Alto Casertano che non t’immagini, bello, pulito, a misura d’uomo.

Pallagrello e Casavecchia sono vini a noi poco conosciuti, ce li vuole raccontare ?

Il Pallagrello bianco e nero sono stati vini importanti in epoca borbonica, erano molto famosi alla corte di Ferdinando IV e Maria Carolina, presenti nei menu di corte insieme con i vini francesi, Champagne e Clarèt. Uve talmente importanti da essere le uniche a far parte della Vigna del Ventaglio, un vigneto appunto a forma di ventaglio con dieci raggi, ognuno dei quali piantato con una diversa varietà del Regno delle Due Sicilie: le uniche varietà campane erano il Pallagrello bianco e il Pallagrello nero che all’epoca si chiamavano anche Piedimonte bianco e rosso. Storia a parte, il Pallagrello è una delle poche varietà italiane a bacca bianca e rossa, si tratta di grappoli piccoli e serrati. L’uva bianca più piccola, la rossa un po’ più grande ma assolutamente speculari. Il Pallagrello bianco è un vino ricco, con buona acidità, con un corredo aromatico di frutta esotica e sentori mielosi. Il Pallagrello nero è un vino austero, elegantissimo, con aromi di piccoli frutti rossi e spezie.

Il Casavecchia invece è un’uva misteriosa, di cui non si sa nulla, non c’è letteratura storica di sorta. Prende il nome dal ritrovamento vicino al rudere di una casa antica, forse di epoca romana. Ha un grappolone grande, spargolo, bellissimo. Il vino che ne deriva è particolarissimo e molto riconoscibile, con odori molto caratterizzanti di frutti maturi di sottobosco, tannini setosi e accattivanti. Due fratelli molto diversi, Pallagrello nero e Casavecchia, entrambi cavalli di razza.

L’etichetta del Pallagrello Bianco Le Sèrole

A che punto ritiene la viticoltura campana ?

La viticoltura campana ha fatto passi da gigante e li continua a fare. Oggi la qualità è un fenomeno diffuso e capillare e molte persone si sono tuffate nel vino per passione. Questo è molto importante perché chi pensa che il vino oggi sia un business è fuori di testa, è rimasto fermo a vent’anni fa. Oggi fare vino significa fare artigianato di altissima qualità, con tanti sacrifici e qualche soddisfazione se si lavora bene.

Quali sono i vini da lei assaggiati che hanno lasciato il più bel ricordo ?

Ci sono alcuni vini che porterei sull’arca: il Trebbiano Marina Cvetic di Masciarelli, il Vulcaia fumè di Inama, Le Crètes Cuvée Bois, il Kurni di Oasi degli Angeli.

Quale altra regione vi appassiona in modo particolare e quale altra vi incuriosisce ?

Mi appassionano i vini e i produttori altoatesini, vini elegantissimi di vignaioli straordinari, montanari generosi e capaci di fare squadra. Mi incuriosiscono gli autoctoni siciliani: secondo me grillo, catarratto, insolia hanno grandissime potenzialità ma i siciliani non ci credono veramente.

Vuole aggiungere qualche cosa d’importante ?

Sì, vorrei ricordare che ogni bottiglia di vino è un ambasciatore di noi produttori e della nostra terra. Già questo basterebbe a darci il dovere di lavorare bene, rispettando la natura e cercando di fare il massimo per dare piacere a chi sceglierà di comprare una nostra bottiglia. Senza mai dimenticare, come diceva Corrado d’Ambra, che “ il vino è un gioco della vita ”. Per chi lo produce e per chi lo beve.

Informazioni su Stefano & Giorgio (357 Articles)
Giorgio Buloncelli & Stefano Ghisletta, “sommeliers per passione” Questo spazio vuole essere soprattutto un blog di approfondimento. La nostra idea è quella di scoprire e valorizzare le zone viticole e i viticoltori in grado di esprimere al massimo le caratteristiche territoriali delle singole zone. Vini ottenuti con tecniche agricole ed enologiche che esaltano l’impronta del vitigno, del territorio e la personalità del produttore, infatti la standardizzazione sta generando vini simili in ogni angolo del pianeta, appiattiti nel carattere e incapaci di sfidare il tempo.

2 Commenti su Manuela Piancastelli, meglio se autoctono …

  1. I vini di Terre del Principe sono distribuiti in Svizzera da Sacripanti

  2. Salve , sono un appassionato vignaiolo anche se di giovane età lo scorso anno ho acquistato presso i vivai rauscedo un duecento piantine di casavecchia, la domanda che vorrei ferle e se si attiene ad una buona produzione portando il vitigno a cordone spreronato.In attesa di una Sua risposta Invio cordiali saluti

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